26 Ott Tumore della prostata: sintomi, fattori di rischio e diagnosi precoce
Con l’avanzare dell’età, una delle condizioni più comuni è l’ipertrofia prostatica benigna (IPB). La prostata può aumentare di volume e comprimere l’uretra, rendendo più difficile urinare. Getto debole, difficoltà a iniziare la minzione e bisogno urgente di urinare sono alcuni dei disturbi più frequenti. L’IPB non si trasforma in tumore, ma le due condizioni possono essere presenti contemporaneamente. Per questo, soprattutto quando i sintomi compaiono o persistono, è importante non attribuirli automaticamente all’età o all’ingrossamento della ghiandola. Il carcinoma prostatico è la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini in Italia: nel 2024 sono stati stimati circa 40.000 nuovi casi, pari a oltre il 20% delle nuove diagnosi oncologiche nel sesso maschile. La probabilità di sviluppare questa patologia aumenta con l’età e la maggior parte delle diagnosi viene effettuata dopo i 65 anni. Un dato importante aiuta, tuttavia, a interpretare correttamente queste cifre: frequente non significa necessariamente aggressivo. La sopravvivenza a cinque anni è infatti intorno al 91% e supera il 95% nelle forme localizzate. Molti tumori prostatici crescono lentamente, sebbene esistano varianti più aggressive, capaci di invadere i tessuti vicini e diffondersi, in particolare alle ossa e ai linfonodi. Non esiste una singola causa responsabile dell’insorgenza del carcinoma della prostata, ma diversi elementi possono aumentarne la probabilità. Tra questi, l’età rappresenta il principale fattore di rischio: la probabilità è bassa prima dei 40 anni, cresce dopo i 50 e circa due tumori su tre vengono diagnosticati oltre i 65 anni. Anche la familiarità riveste un ruolo importante: avere un parente di primo grado colpito dalla malattia può aumentare il rischio, che cresce ulteriormente quando i familiari interessati sono due o più, soprattutto se la diagnosi è avvenuta prima dei 60 anni. Un altro elemento da considerare è la predisposizione genetica. Alcune alterazioni del DNA, infatti, sono associate a una maggiore probabilità di sviluppare questa neoplasia. Tra queste rientrano le mutazioni dei geni BRCA2 e BRCA1 e la sindrome di Lynch. In particolare, le varianti di BRCA2 sono correlate anche alla possibilità di sviluppare forme più precoci e aggressive. Stile di vita e fattori metabolici possono contribuire ulteriormente al rischio: obesità, sedentarietà, fumo, consumo eccessivo di alcol e alimentazione ricca di grassi saturi sono indicati tra gli elementi associati a una maggiore probabilità di sviluppare la malattia e a una prognosi meno favorevole. Anche la sindrome metabolica è correlata a forme più aggressive e a un rischio superiore di recidiva dopo l’intervento chirurgico. Uno degli aspetti più importanti da conoscere è che nelle fasi iniziali il tumore della prostata è quasi sempre asintomatico. Di conseguenza, l’assenza di disturbi non consente, da sola, di escludere la presenza della patologia. Secondo il documento, circa il 30% dei casi viene individuato quando la neoplasia si è già diffusa oltre la ghiandola. Con la progressione della malattia possono manifestarsi difficoltà a iniziare la minzione, necessità di urinare più frequentemente, dolore durante la minzione, presenza di sangue nelle urine o nello sperma, sensazione di non riuscire a svuotare completamente la vescica e difficoltà nella defecazione, qualora venga coinvolto il retto. Negli stadi avanzati possono comparire anche dolore alle ossa, debolezza agli arti inferiori e anemia. È importante sottolineare, però, che la presenza di questi sintomi non indica automaticamente un tumore: più spesso, infatti, possono essere collegati a condizioni benigne, come l’ipertrofia prostatica. Ciò che conta è non trascurarli, soprattutto quando si presentano per la prima volta o persistono nel tempo. In queste circostanze è opportuno rivolgersi al medico o all’urologo, che potrà valutare la necessità di ulteriori accertamenti. Per quanto riguarda la prevenzione, non esiste una strategia primaria specifica in grado di impedire l’insorgenza del carcinoma prostatico. Alcune abitudini, tuttavia, possono contribuire al mantenimento di un buono stato di salute generale: controllare il peso, limitare i grassi saturi, privilegiare frutta, verdura e cereali integrali, praticare regolarmente attività fisica e non fumare. Al contrario, integratori come il selenio e la vitamina E non hanno dimostrato benefici nella prevenzione di questa neoplasia. Quando si parla di diagnosi precoce, uno degli esami più conosciuti è il PSA, ovvero l’antigene prostatico specifico, misurabile attraverso un semplice prelievo di sangue. È fondamentale ricordare che un valore elevato di PSA non significa necessariamente avere un tumore: la concentrazione può aumentare anche in presenza di ipertrofia prostatica benigna o infezioni e non esiste una soglia capace di distinguere con assoluta certezza gli uomini malati da quelli sani. Per questo motivo, l’impiego del PSA come screening di massa rimane un tema controverso. La decisione di sottoporsi al test dovrebbe quindi essere discussa con il medico di medicina generale o con lo specialista in urologia, tenendo conto dell’età, della familiarità e delle caratteristiche individuali. Nel documento viene indicata, in linea generale, la possibilità di valutare l’esame tra i 50 e i 75 anni e, in presenza di familiarità, già a partire dai 40-45 anni. La diagnosi precoce parte, dunque, dalla consapevolezza: il tumore della prostata è frequente, ma spesso presenta un’evoluzione lenta e una prognosi favorevole, soprattutto quando viene individuato in una fase localizzata. La vera sfida non consiste soltanto nel “fare un test”, ma nel comprendere insieme al medico quali controlli siano più appropriati per la propria situazione, considerando l’età, la storia familiare, i fattori predisponenti e gli eventuali disturbi. È fondamentale, infine, ricordare una distinzione: un disturbo urinario non equivale a un tumore, così come l’assenza di sintomi non permette di escluderlo nelle fasi iniziali.