22 Ott Oltre i sintomi: come la scienza sta cambiando il futuro della psichiatria
Perché lo stesso farmaco può funzionare bene per una persona e molto meno per un’altra? E quanto potrebbe aiutarci conoscere meglio il cervello per scegliere cure sempre più personalizzate?
Sono domande al centro della psichiatria di precisione, un ambito di ricerca che punta a superare l’idea che una stessa diagnosi debba necessariamente corrispondere allo stesso trattamento. Ogni persona, infatti, ha caratteristiche biologiche, esperienze di vita e risposte alle terapie differenti. Nella pratica clinica, individuare il trattamento più efficace può richiedere tempo e, in alcuni casi, diversi tentativi. La psichiatria di precisione cerca di rendere questo percorso più mirato, mettendo insieme informazioni genetiche, biologiche e cliniche. In questa direzione si inserisce anche il Progetto MNESYS, attraverso lo Spoke 5, Mood and Psychosis, coordinato da Luigi Grassi dell’Università degli Studi di Ferrara. L’obiettivo delle attività di ricerca è approfondire i meccanismi alla base dei disturbi dell’umore e delle psicosi e individuare nuovi strumenti che possano contribuire a migliorare la diagnosi e a personalizzare le cure.
Il cervello non si limita a leggere il presente: fa previsioni
Per comprendere questa nuova prospettiva bisogna partire dal modo in cui funziona il cervello. Ogni giorno utilizziamo ciò che abbiamo già vissuto per interpretare quello che sta accadendo e per formulare continuamente previsioni su ciò che potrebbe accadere dopo. È un processo che ci permette di orientarci nella realtà e di dare un significato alle nostre esperienze. Quando alcuni di questi meccanismi si alterano, possono cambiare anche il modo in cui interpretiamo gli stimoli, percepiamo la realtà e regoliamo le emozioni. Nella psicosi, per esempio, possono verificarsi alterazioni nell’interpretazione degli stimoli e delle esperienze percettive. Nella depressione, invece, aspettative negative e difficoltà nella regolazione delle emozioni possono influenzare il modo in cui una persona percepisce se stessa e il proprio futuro. Studiare questi processi significa quindi provare ad andare oltre la semplice descrizione dei sintomi. L’obiettivo è capire se dietro manifestazioni apparentemente simili possano esserci meccanismi differenti e, di conseguenza, profili clinici diversi.
Biomarcatori: cercare le tracce biologiche dei disturbi
C’è un’altra domanda fondamentale: perché due persone con la stessa diagnosi possono rispondere in modo diverso allo stesso trattamento? La ricerca sta studiando anche i cosiddetti biomarcatori, cioè indicatori misurabili che possono derivare, per esempio, da informazioni genetiche, parametri biologici o caratteristiche dell’attività cerebrale. L’idea è che queste informazioni, se integrate con i dati clinici, possano aiutare a descrivere meglio le differenze tra le persone e a rendere più mirate le decisioni terapeutiche. Ma è importante non confondere una prospettiva di ricerca con una possibilità clinica già disponibile. Sono state individuate associazioni tra alcuni indicatori biologici e determinate caratteristiche dei disturbi psichiatrici, ma non esiste oggi un test biologico capace di indicare con certezza la terapia ideale per ogni paziente. Servono ulteriori verifiche per capire come utilizzare questi strumenti nella pratica clinica.
Vecchi farmaci, nuove possibilità
La personalizzazione delle cure passa anche dalla ricerca di nuove applicazioni per farmaci che già conosciamo.
Si parla di drug repurposing, o riposizionamento dei farmaci: consiste nello studiare la possibilità di utilizzare un medicinale già sviluppato o impiegato per una determinata patologia per una nuova indicazione terapeutica. Il vantaggio potenziale è quello di ridurre tempi e costi dello sviluppo di un trattamento. Ma “farmaco già conosciuto” non significa automaticamente “farmaco già dimostrato efficace per una nuova malattia”: ogni nuova indicazione deve essere verificata attraverso studi specifici di efficacia e sicurezza. Un altro campo di ricerca è la farmacogenomica, che studia il rapporto tra caratteristiche genetiche individuali e risposta ai farmaci. In alcune situazioni, queste informazioni possono contribuire a orientare la scelta di un medicinale o del suo dosaggio e a ridurre il rischio di effetti indesiderati. La loro utilità, però, varia a seconda del farmaco e delle evidenze scientifiche disponibili.
Che cosa può fare l’intelligenza artificiale?
È uno degli aspetti che più attirano l’attenzione, ma anche uno di quelli da raccontare con maggiore cautela. Le tecniche di neuroimaging, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), permettono di studiare indirettamente l’attività cerebrale osservando variazioni del segnale ematico associate all’attivazione neuronale. Questi dati possono essere combinati con informazioni genetiche e cliniche. L’intelligenza artificiale può quindi aiutare i ricercatori a riconoscere schemi complessi che sarebbe difficile individuare analizzando separatamente una grande quantità di dati e a sviluppare modelli predittivi. In prospettiva, strumenti di questo tipo potrebbero contribuire a stimare alcuni rischi, studiare la risposta ai trattamenti e monitorare nel tempo l’evoluzione dei disturbi. Ma anche in questo caso la prospettiva futura non deve essere confusa con una realtà clinica già consolidata. Molte di queste applicazioni sono ancora in fase di ricerca e devono essere validate prima di poter essere utilizzate diffusamente. L’obiettivo, inoltre, non è sostituire il professionista con un algoritmo. L’intelligenza artificiale dovrebbe piuttosto fornire informazioni aggiuntive che possano aiutare medici e ricercatori nelle decisioni terapeutiche.
Che cosa potrebbe cambiare per i pazienti?
Se la ricerca riuscirà a trasformare queste conoscenze in strumenti clinicamente validati, la psichiatria di precisione potrebbe intervenire soprattutto su tre fronti:
- diagnosi più mirate, integrando informazioni cliniche e biologiche;
- terapie più personalizzate, per supportare la scelta dei trattamenti più appropriati;
- monitoraggio più accurato, per seguire nel tempo l’andamento dei sintomi e la risposta alle cure.
Ma personalizzare la psichiatria non significa cercare un singolo dato biologico capace di spiegare tutto. I disturbi mentali sono il risultato dell’interazione di fattori genetici, biologici, ambientali e sociali. La loro complessità non può quindi essere ricondotta a un unico indicatore. Per questo, una psichiatria realmente personalizzata non può concentrarsi soltanto sui farmaci o sui dati ottenuti studiando il cervello. Quando necessario, il percorso di cura deve poter integrare terapia farmacologica, psicoterapia, riabilitazione e sostegno familiare, tenendo conto delle esigenze della singola persona.