Se la crisi diventa un’opportunità per la partecipazione

Se la crisi diventa un’opportunità per la partecipazione

di Pasquale Antonio Riccio

 

Superata la prima fase della pandemia che ha colpito l’intero globo ovvero quella in cui tutti i governi hanno dovuto prendere atto dei rischi per la salute dei cittadini ed assumere decisioni con l’obiettivo di limitare il contagio, ci avviamo non senza preoccupazioni verso la sfida della “nuova” normalità.

Molto si è scritto e detto circa gli effetti dell’epidemia sulle relazioni umane, sulla salute delle persone e su come saremmo diventati una volta che il peggio sarebbe stato alle nostre spalle. Riflessioni che grazie alla potente cassa di risonanza garantita dalla tecnologia, in particolare dei social, sono arrivate da ogni latitudine e livello e hanno contribuito a valorizzare il tempo dell’isolamento nelle proprie case. La fase del “dopo” è in realtà alle porte e inizia a presentare il conto, come da previsioni, sul fronte economico e sociale.

Siamo alle porte di un momento forse ancora più difficile, poiché gli effetti rischiano di essere devastanti se l’intera comunità – non solo chi ora ha l’onere di guidarla – saprà farsi carico delle responsabilità necessarie per affrontare al meglio i problemi che da più fronti popoleranno il nostro quotidiano.

Si è spesso affermato e letto che le crisi possono rappresentare opportunità positive per coloro i quali riescono ad andare oltre i legittimi momenti di difficoltà. Questa è senza dubbio una verità che per avere effetti concreti deve essere accompagnata dalla visione e dalla volontà di ritrovarsi impegnati sinergicamente in scelte coraggiose e capaci di dare vita anche a mutamenti di paradigma.

I sacrifici ad esempio potrebbero non essere vani se deviando da alcune storture del sistema burocratico, cominciassimo ad imboccare strade in cui i procedimenti siano molto più snelli e meno farraginosi. Se fossero promosse procedure di collaborazione basate sulle idee e su ciò che realmente occorre alle comunità piuttosto che perseverare in scelte dettate dalla mera appartenenza a singoli gruppi. Non è semplice, tuttavia è necessario.

Per restare al campo dei servizi sociali ed assistenziali potrebbe essere un’ottima occasione per cominciare ad applicare in modo serio le procedure di co-programmazione e co-progettazione (coinvolgimento degli ETS nelle scelte degli enti pubblici) previste dalla riforma del terzo settore e che consentirebbero di vivere un vero e proprio momento di partecipazione per rispondere ai bisogni dei cittadini. I registri, le procedure in attivazione e nuove modalità di selezione degli attori in campo potrebbero risultare decisivi per garantire la coesione sociale e avviare una fase di risposta ai bisogni dei cittadini che si preannuncia più difficile che mai. La sussidiarietà troverebbe una rappresentazione più che mai evidente e sarebbe l’inizio di una nuova stagione del welfare.

Inoltre, se c’è una cosa che l’isolamento nelle nostre case ha potuto suggerirci è un uso intelligente dei social network: non che prima non fosse chiaro che essi rappresentino un validissimo strumento per il coinvolgimento dei cittadini e la promozione della cosiddetta partecipazione “dal basso”, ma la triste esperienza recente ha spalancato le porte a nuovi possibili usi dei social network per la diffusione e la condivisione di buone pratiche. Da inferno delle fake news (il cui rischio è sempre dietro l’angolo) essi potrebbero rivelarsi un ottimo alleato per la ripartenza e la gestione di utili e corrette informazioni specialmente sui temi della cura della persona e tutela della salute (non deve essere sottovalutato il recente rapporto di PiT Salute di Cittadinanza Attiva che ha registrato le lamentele dei cittadini per una mancanza di corretta informazione nel 62,4% dei casi).

Un uso più consapevole dei social network dovrebbe però accompagnarsi alla consapevolezza che al momento nel Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa e non ha dimestichezza con la tecnologia e quindi non possiamo dimenticare le tante persone che non possono cogliere o chiedere un aiuto perché vittime del gap culturale legato all’uso dei moderni strumenti di interazione e comunicazione. È accaduto incredibilmente con le recenti misure assunte dal Governo e dalle istituzioni territoriali: non sono poche le persone che si sono viste negare gli aiuti o peggio ancora che non hanno potuto candidarsi ai diversi bandi perché non in grado di raggiungere o essere raggiunte dalle notizie.  Tra queste persone si registra una “discreta” percentuale i giovani che segnala come questo problema non riguardi solo gli anziani.

Un sistema realmente partecipativo potrebbe porre argine a queste incredibili storture e consentirebbe di gestire con criterio e buon senso la crisi sociale alle porte.